Dimissioni in bianco: se ne riparla. Bene, benissimo!
“Se vuoi il lavoro firmami le tue dimissioni in bianco che userò a mia discrezione “. L’assunzione con licenziamento incorporato è il ricatto a cui spregiudicati datori di lavoro sottopongono tante e tanti dipendenti costretti a pagare un intollerabile prezzo al bisogno di lavoro che da sacrosanto diritto si trasforma così in ricatto. Un cappio che grava sulla vita dei soggetti coinvolti, ridotti ad uno stato di soggezione permanente e destinati a sicuro licenziamento in caso di maternità di una donna o in occasione di una malattia o di un infortunio.
Momenti delicati per le persone che una legislazione civile dovrebbe tutelare e valorizzare e che, invece, la logica selvaggia del profitto trasforma in esclusione. Così la legge 188 del 17 ottobre 2007 impediva di infliggere questo terribile ricatto al momento dell’assunzione. È allora che capita che venga richiesto di firmare una lettera di dimissioni in bianco, cioè senza data. La data verrà messa successivamente in un tempo deciso dalle convenienze dell’impresa. Che questa pratica sia diffusa è confermato dai dati e da dolorose testimonianze.
Non bastano norme che per arginare questo fenomeno danno solo una possibilità di correzione degli abusi ex post e in ogni caso per iniziativa di una denuncia della persona vittima, persona sotto ricatto.
La fattiva e determinata presenza in Parlamento di donne della sinistra, donne in prima linea nel progetto politico di SEL portò all’approvazione nell’ottobre del 2007 di questa civile legge che aveva una funzione preventiva: tutte le dimissioni autenticamente volontarie dovevano essere date soltanto su moduli numerati progressivamente che avendo una scadenza non potevano essere compilati prima del loro utilizzo.
Si trattava di una legge semplice ed efficace, priva di costi. Insomma, in questo modo si voleva prevenire la catena di vessazioni che, malgrado il divieto delle leggi, hanno trovato il modo di compiersi per il potere diseguale che caratterizza le parti sociali che stipulano il contratto di lavoro, poteri che la stessa Costituzione vuole equilibrati Quando la presentammo cercammo il consenso di tutte le donne elette di ogni schieramento che portò al voto favorevole nei due rami del Parlamento.
Confindustria all’epoca non era d’accordo, per lei si trattava di un inaccettabile laccio all’impresa. Le stesse motivazioni usate da Sacconi prima per impedire l’approvazione al Senato e poi per abrogare la legge in veste di Ministro del Lavoro. La misoginia ossessiva del ministro dunque arriva da lontano.
Non a caso è stato il primo atto del Governo Berlusconi. Oggi, in occasione dell’8 marzo 2011 se ne riparla.
Non è mai troppo tardi per costruire una grande iniziativa contro gli abusi di potere, per la dignità del lavoro, per la libertà delle donne.
Non è mai troppo tardi per riprendere il lavoro proficuo e lungimirante che le donne allora in Parlamento promossero con il sostegno largo di movimenti, sindacati, organi di informazione. E’ un merito delle donne parlamentari di sinistra di allora, oggi è l’occasione per ripartire, produrre più forza ed arricchire questa simbolica battaglia di nuova linfa.
Marisa Nicchi



























